Il cielo su Torino e una deviazione nel design con #500Lexperience

•4 maggio 2012 • 1 commento

I ricordi musicali riaffiorano nelle circostanze più impensabili.

Un invito alla presentazione di un’auto, la Fiat 500L, direttamente a Torino nel Centro Stile di via Plava. Un’occasione molto interessante e unica, perché di solito non si tratta di ambienti aperti al pubblico. Né tantomeno è possibile avere i designer, capitanati dal direttore Roberto Giolito (uomo indubbiamente carismatico e appassionato), che ti spiegano la nascita di una nuova vettura “from scratch”, dall’idea al prototipo fino ad arrivare alla produzione.

Un inaspettato viaggio a Torino con un cielo che mi ha subito rievocato i Subsonica, un vecchio amore accompagnato dalla voce di Samuel, i Murazzi trasferiti a Mirafiori e sull’A4 per un giorno, e il cielo sulla città sabauda che sembra ridere al mio fianco.

Ed ecco che la nascita di un’auto appassiona perfino coloro che, come chi scrive, di motori ne sanno giusto il minimo indispensabile per farli funzionare e di certo non si definiscono “esperti” di quel mondo.

Roberto Giolito, direttore del Centro Stile Fiat,             presenta la nuova 500L

Un’idea forte: lavorare sul passato, sugli storici multipurpose-vehicles che hanno caratterizzato la storia del design Fiat dalla 600 Multipla alla 500 Giardinetta, per trasportarla su una creazione moderna, confortevole, costruita per garantire il benessere (“un’auto feng shui”, l’hanno definita) del conducente e dei passeggeri. E spaziosa: otto designer riescono ad entrarci – un esperimento però da non mettere in pratica per guidare davvero!

Un’auto bella da vedere e dai materiali piacevoli al tatto, confortevole, dallo stile piacevolmente rétro e dalla chiara vocazione fashion (basti pensare alle infinite combinazioni bicolor che possono essere realizzate sul corpo vettura e sul tetto), ma anche vettura per famiglie. Una vera jam-session di elementi. Rispetto alla fortunata “sorella minore”, la Nuova 500, è decisamente più lunga e meglio sfruttabile. Ma soprattutto è stato piacevole l’evento (hashtag #500Lexperience), il contesto in cui l’auto è stata presentata ai blogger. Una presentazione video, in cui viene spiegata passo dopo passo la genesi dell’auto, e poi l’esposizione in un atelier, dove una 500L era accostata alle sue dirette antenate (la 600 Multipla e la 500 Giardinetta) e veniva scomposta nelle sue parti, dai cerchi in lega ai rivestimenti degli interni. Ammetto di essermi fatta affascinare più dai colori, dalle forme e dai materiali che dalla vera tecnologia, ma, dal momento che invidio sempre molto chi sa disegnare e progettare, non poteva che essere così.

Peccato solo non averla potuta provare su strada. Sarebbe stato bello mettere nell’autoradio, altra cosa che per un musicaudiofilo sarebbe indispensabile provare in effetti, un vecchio album dei Subsonica e rivedere le nuvole rapide all’interno di un’auto bicolor in una Torino prima grigia e poi splendente di sole.

Ventiquattro quadri in un videoclip: l’idea degli Hold Your Horses

•8 aprile 2010 • Lascia un commento

Oggi vi propongo un video che mi è stato gentilmente segnalato da alcuni amici.

Ventiquattro quadri, dall’Ultima Cena di Leonardo da Vinci a Piet Mondrian e René Magritte, che vengono letteralmente “interpretati” dai sette componenti degli Hold Your Horses, una band sospesa tra folk, country e pop nata in Inghilterra ma cresciuta poi in Francia fino ad assumere la sua formazione attuale. E su Internet già si fanno gare per indovinare quali dipinti si nascondano nei 3 minuti e 19 secondi del clip, che si sta diffondendo con un’oculata strategia di viral marketing. Buona visione!

Il grunge, a 16 anni dalla scomparsa di Kurt Cobain

•5 aprile 2010 • Lascia un commento

Kurt Cobain

Era il 5 aprile 1994 quando Kurt Cobain, cantante, chitarrista e anima dei Nirvana, morì nella sua casa di Seattle. Ci era riuscito dopo parecchi tentativi di suicidio. Il primo, il più famoso, fu a Roma, dopo un concerto a Monaco di Baviera, con un’overdose di farmaci e droga. Era solo, Cobain, al momento della morte. Il suo corpo fu ritrovato solo tre giorni dopo. L’autopsia rilevò una grande concentrazione di eroina e tracce di Valium nel suo sangue e certo i dubbi sulla sua scomparsa, ufficialmente dovuta ad un colpo di arma da fuoco in testa, non sono mai stati del tutto fugati. In particolare il coinvolgimento della “vedova nera” Courtney Love nella fine drammatica del marito.

Spesso la frase è abusata, ma la morte di Kurt Cobain è stata davvero la fine di un’era. L’era del grunge, un genere rock nato a Seattle, sulla West Coast, noto anche, appunto, come “Seattle sound”. Un misto tra il punk, tra la sperimentazione dei Sonic Youth un po’ addomesticata e le sonorità diluite dell’heavy metal. Il 5 aprile 1994 decretò la fine dei Nirvana dopo l’immenso successo, anche commerciale, di Nevermind e di In Utero. Gli altri due membri della band hanno intrapreso negli anni successivi carriere solistiche. Ad avere più successo è stato senza dubbio il batterista Dave Grohl, che si è reinventato pop-rocker fondando i Foo Fighters, tutt’ora vivi e vegeti.

Pochi anni dopo, nel 1997,  si sciolsero anche i Soundgarden, che proprio nel 1994 avevano pubblicato il loro capolavoro Superunknown. Anche il loro leader, il cantante Chris Cornell, ha pubblicato alcuni album solisti. L’ultimo, Scream, chiacchieratissimo dai fan di vecchia data e dai puristi, soprattutto per il coinvolgimento come produttore del divo dell’hip hop Timbaland.

Un futuro migliore è stato senza dubbio quello dell'”altra metà” del supergruppo Temple Of The Dog (un album eponimo, pubblicato nel 1991, considerato da molti la “summa” del grunge) insieme ai Soundgarden, ovvero i Pearl Jam, che sono ancora in attività e sfornano dischi a scadenza più o meno regolare. Anche se, a detta di molti, Eddie Vedder e soci sembrano aver perso un po’ dell’ispirazione dei loro primi dischi, da Ten a Vitalogy.

Anche i Mudhoney, precursori e poi grandi esponenti del grunge, continuano a sfornare album, ma il picco della loro carriera resta in quella manciata d’anni tra la fine degli Eighties e il 1994, in coincidenza con il loro contratto per la Sub Pop Records. Storie simili sono quella degli Stone Temple Pilots o quella dei Melvins, in attività ma lontani dai fasti che hanno seguito il “botto” di Nevermind e della scena rock di Seattle.

Ma il gruppo che più ricorda la parabola dei Nirvana sono senza dubbio gli Alice in Chains. I preferiti di chi scrive, senza dubbio. Primo disco, Facelift, pubblicato nel 1990, dopo alcuni anni di gavetta e qualche demo. L’ultimo disco fu invece Alice in Chains, nei negozi dal 1995. In mezzo il capolavoro, Dirt, datato 1992. Dal 1995 al 2002 il gruppo non si è mai sciolto ufficialmente, ma è rimasto in silenzio, fatta eccezione per l’incisione di un paio di singoli per un box set, Music Bank, uscito nel 1998. Fino alla rumorosa morte del loro vocalist Layne Staley, trovato cadavere il 20 aprile 2002 ma, secondo le autopsie, morto anch’egli il 5 aprile, per overdose di eroina e cocaina. Ora gli altri membri degli Alice in Chains, capitanati dal chitarrista Jerry Cantrell, si sono riuniti con un nuovo cantante, William DuVall, per un album (Black Gives Way To Blue) e un tour. Ma, nonostante l’incredibile somiglianza vocale di DuVall con il compianto Layne Staley, i fan della prima ora sono rimasti tiepidi.

La “strana coppia” Caparezza e Pino Scotto pubblica un video. Contro la corruzione nello sport

•2 aprile 2010 • 2 commenti

Pino Scotto e Caparezza

Sono a casa a Varese per le vacanze pasquali. E quando sono a casa a Varese sfrutto tutte le comodità che a Milano, per ovvi motivi, non posso avere. Come l’abbonamento a Sky. Quando si parla di musica, tre sono i miei canali preferiti, che alterno a seconda dell’umore: Classica (non ha bisogno di spiegazioni, credo), MTV Gold (solo video “oldies but goldies”, fino agli anni Novanta) e Rock TV (lo dice il nome stesso, solo musica rock. Canale, questo, di proprietà del figlio dello scarsicrinito ad del Milan Adriano Galliani).

Questo, per quanto mi riguarda, è periodo da Rock TV. Stamattina accendo il decoder e mi sparo una serie di video di tutti i generi affini al rock, dai Rammstein ai Muse passando per Jimi Hendrix. Ma a un certo punto vedo una coppia anomala che duetta. Caparezza, l’ultimo divo dell’hip hop italiano al vetriolo, quello “buono”, e Pino Scotto, il sosia di Ozzy Osbourne alla pummarola. Scopro, perchè ammetto di averlo appreso ora con una ricerca online, che questo video è uscito da pochi giorni. Si intitola Gli arbitri ti picchiano. Il testo è una denuncia della mancanza di fair play nello sport professionistico e della corruzione dilagante negli ambienti in cui il denaro e gli sponsor la fanno da padroni. Il brano non è affatto male secondo me. Buon ascolto!

Vent’anni di “Violator”, tra crisi nervose e valigie calpestate

•27 marzo 2010 • Lascia un commento

A volte entrare in Ricordi, quella di piazza Duomo, a curiosare tra gli scaffali dei Cd porta idee per aggiornare il blog. Specie quando, tra i Def Leppard e i Dire Straits, si lascia che la propria attenzione venga catturata da uno di quei cartelli che segnalano i consigli del punto vendita. E si legge che Violator dei Depeche Mode compie 20 anni. E’ uscito nel 1990, nel mese di marzo. Un disco influenzato, come riporta la dettagliatissima biografia Black Celebration di Steve Malins, da un incontro fallimentare, quello con il “guru” della techno Derrick May, definito “lo stronzo più arrogante che avessi mai incontrato” da Alan Wilder, che nel 1994 abbandonerà il gruppo per dedicarsi a una carriera solista sperimentale con i Recoil. Ma anche da una scoperta illuminante: i club di Detroit.

Violator fu elaborato poi in gran parte a Milano e registrato in Danimarca tra gli screzi e i problemi con alcool e droga dei membri della band (il cantante Dave Gahan in testa), ma già i primi demo lasciarono i produttori, Daniel Miller e Flood, decisamente entusiasti. Steve Malins rivela anche un colpo di genio utilizzato per il singolo che trascinò il disco a viva forza nelle hit parade mondiali, Personal Jesus: “L’incedere blues […] fu creato durante le sessioni di registrazione, realizzando la pesante base ritmica principale grazie ad un paio di persone che saltavano sopra alcune valigie”. Il testo, racconta il suo autore Martin Gore, è ispirato al ritratto di Elvis Presley tracciato dalla moglie Priscilla.

L’avvio delle vendite, dall’uscita nell’agosto 1989, fu lento, ma Personal Jesus arrivò a vendere un milione di copie. E fu il singolo 12” più venduto della storia della Warner Brothers. Accusato di blasfemia, ma anche lodato come inno religioso. Violator ha invece venduto più di 13 milioni e mezzo di copie. Due delle quali appartengono alla sottoscritta, che non avrebbe mai pensato di riuscire a consumare un Cd e invece la sua prima copia di Violator salta all’altezza di Waiting for the night. E quindi se l’è ricomprato in versione deluxe, come si addice a uno dei dischi preferiti di sempre di chi scrive.

Goffredo d’Onofrio. Ovvero, il calcio tra ritmo e armonie

•25 marzo 2010 • 2 commenti

Goffredo sul campo da calcio

Il calcio su questo blog, di norma, non ha diritto di cittadinanza. Per manifesta incompetenza di chi scrive e per evidenti scelte editoriali. Eppure esiste una pagina Web che offre storie godibili anche per chi è abituato, come fa spesso la sottoscritta, a saltare le pagine dello sport nella lettura dei quotidiani. Il suo autore si chiama Goffredo d’Onofrio e potete leggere i suoi pezzi all’indirizzo http://trecalcisoprailcielo.wordpress.com. Goffredo non si interessa solo di calcio: è molto appassionato di politica estera e all’inizio della sua avventura come giornalista sognava di diventare inviato di guerra. Con un’attenzione particolare al Medio Oriente. Poi è arrivata la proposta di uno stage alla Gazzetta dello Sport. E da lì si è riaccesa la fiamma.

Scrive da atleta, Goffredo. Frasi secche, incisive, da velocista. O da centravanti di agilità, ruolo che ricopre anche sul campo – con grande gioia delle squadre di calcetto che lo inseriscono nella loro rosa. Scatti fulminei, che tengono il lettore attaccato alla pagina. Con armonia, ma anche con energia. Per metterla in musica, è come se la tecnica compositiva percussiva di scuola russa incontrasse la frammentazione energica ed emozionante dei System of a Down. Quindi davvero, andate a leggerlo, fidatevi. Pochi tecnicismi e tanti personaggi, proprio come piace a me.

La Fura dels Baus porta Tannhäuser alla Scala. E Mehta giganteggia

•22 marzo 2010 • 6 commenti

Un'immagine del II atto di Tannhäuser (foto http://www.teatroallascala.org)

Proiezioni su un telo trasparente, dietro cui si svolge tutto il primo atto e buona parte del secondo. Mani giganti e robotiche. Lacrime che vogliono mostrare il dramma della protagonista, ma che rischiano di farlo sfociare nel grottesco. Il balletto coloratissimo, sospeso tra il talent show e Bollywood, del secondo atto. Orge e corpi nudi sparsi per tutto lo spettacolo. Una vasca dove si esibisce una sirenetta d’eccezione, la campionessa di nuoto sincronizzato Beatrice Adelizzi.  Questi, e molti altri, gli ingredienti del wagneriano Tannhäuser secondo la Fura dels Baus, gruppo teatrale catalano di Barcellona. Che debutta al Teatro alla Scala con una regia certo provocatoria, ma non dirompente come alcune delle loro precedenti esperienze.

La proiezione che apre il I atto (foto http://www.teatroallascala.org)

Eppure alla “prima” esecuzione, quella del 17 marzo, il regista Carlus Padrissa e i suoi collaboratori sono stati sonoramente fischiati. C’era da aspettarselo? Probabilmente sì. Io sono andata alla seconda rappresentazione, quella di sabato 20. Di norma i responsabili dell’allestimento escono sul palco solo alla “prima”, quindi la reazione del pubblico si è potuta misurare solo da pochi segnali (ad esempio uno sparuto applauso quando, nel secondo atto, si è alzato il telo delle proiezioni per la prima volta). Però ho avvertito un certo squilibrio nella costruzione dello spettacolo. Il primo atto è scoppiettante, denso, forse troppo. Gli stimoli arrivano dalle proiezioni, dal balletto, dallo studio delle pantomime (splendido il tableau vivant delle statue), oltre che dai cantanti e dalla musica. Il secondo atto, molto discusso soprattutto per le esplosioni kitsch del balletto in stile indiano, è stato per me più equilibrato. Mentre il terzo atto, sorretto dalla mano gigante e dalla gondola luminosa che entra sul palco a conclusione dello spettacolo, presenta parecchi tempi morti. Soprattutto durante il lungo monologo del protagonista, che, pur interpretato in modo onorevole da Robert Dean Smith, fatica da solo a reggere la tensione della musica di Wagner.

La soprano Anja Harteros (foto http://www.teatroallascala.org)

Il successo dello spettacolo (perché indubbiamente è piaciuto, sia al loggione sia alla platea) è dovuto essenzialmente ad altri due elementi. L’interprete di Elisabeth, il soprano tedesca di origini greche Anja Harteros. Splendida presenza scenica e voce eccezionale, la Harteros interpreta Wagner con naturalezza e raffinatezza. Una promessa della lirica che sicuramente va tenuta d’occhio. Chi invece non ha bisogno di presentazioni è il maestro Zubin Mehta, che a 73 anni e più di 50 di onorata carriera dirige Tannhäuser con intelligenza e capacità di estorcere all’orchestra (francamente non in formissima, soprattutto la sezione dei fiati) suoni e atmosfere che hanno fatto sospirare – e commuovere – più di uno spettatore.

 
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.