Il grunge, a 16 anni dalla scomparsa di Kurt Cobain

Kurt Cobain
Era il 5 aprile 1994 quando Kurt Cobain, cantante, chitarrista e anima dei Nirvana, morì nella sua casa di Seattle. Ci era riuscito dopo parecchi tentativi di suicidio. Il primo, il più famoso, fu a Roma, dopo un concerto a Monaco di Baviera, con un’overdose di farmaci e droga. Era solo, Cobain, al momento della morte. Il suo corpo fu ritrovato solo tre giorni dopo. L’autopsia rilevò una grande concentrazione di eroina e tracce di Valium nel suo sangue e certo i dubbi sulla sua scomparsa, ufficialmente dovuta ad un colpo di arma da fuoco in testa, non sono mai stati del tutto fugati. In particolare il coinvolgimento della “vedova nera” Courtney Love nella fine drammatica del marito.
Spesso la frase è abusata, ma la morte di Kurt Cobain è stata davvero la fine di un’era. L’era del grunge, un genere rock nato a Seattle, sulla West Coast, noto anche, appunto, come “Seattle sound”. Un misto tra il punk, tra la sperimentazione dei Sonic Youth un po’ addomesticata e le sonorità diluite dell’heavy metal. Il 5 aprile 1994 decretò la fine dei Nirvana dopo l’immenso successo, anche commerciale, di Nevermind e di In Utero. Gli altri due membri della band hanno intrapreso negli anni successivi carriere solistiche. Ad avere più successo è stato senza dubbio il batterista Dave Grohl, che si è reinventato pop-rocker fondando i Foo Fighters, tutt’ora vivi e vegeti.
Pochi anni dopo, nel 1997, si sciolsero anche i Soundgarden, che proprio nel 1994 avevano pubblicato il loro capolavoro Superunknown. Anche il loro leader, il cantante Chris Cornell, ha pubblicato alcuni album solisti. L’ultimo, Scream, chiacchieratissimo dai fan di vecchia data e dai puristi, soprattutto per il coinvolgimento come produttore del divo dell’hip hop Timbaland.
Un futuro migliore è stato senza dubbio quello dell’”altra metà” del supergruppo Temple Of The Dog (un album eponimo, pubblicato nel 1991, considerato da molti la “summa” del grunge) insieme ai Soundgarden, ovvero i Pearl Jam, che sono ancora in attività e sfornano dischi a scadenza più o meno regolare. Anche se, a detta di molti, Eddie Vedder e soci sembrano aver perso un po’ dell’ispirazione dei loro primi dischi, da Ten a Vitalogy.
Anche i Mudhoney, precursori e poi grandi esponenti del grunge, continuano a sfornare album, ma il picco della loro carriera resta in quella manciata d’anni tra la fine degli Eighties e il 1994, in coincidenza con il loro contratto per la Sub Pop Records. Storie simili sono quella degli Stone Temple Pilots o quella dei Melvins, in attività ma lontani dai fasti che hanno seguito il “botto” di Nevermind e della scena rock di Seattle.
Ma il gruppo che più ricorda la parabola dei Nirvana sono senza dubbio gli Alice in Chains. I preferiti di chi scrive, senza dubbio. Primo disco, Facelift, pubblicato nel 1990, dopo alcuni anni di gavetta e qualche demo. L’ultimo disco fu invece Alice in Chains, nei negozi dal 1995. In mezzo il capolavoro, Dirt, datato 1992. Dal 1995 al 2002 il gruppo non si è mai sciolto ufficialmente, ma è rimasto in silenzio, fatta eccezione per l’incisione di un paio di singoli per un box set, Music Bank, uscito nel 1998. Fino alla rumorosa morte del loro vocalist Layne Staley, trovato cadavere il 20 aprile 2002 ma, secondo le autopsie, morto anch’egli il 5 aprile, per overdose di eroina e cocaina. Ora gli altri membri degli Alice in Chains, capitanati dal chitarrista Jerry Cantrell, si sono riuniti con un nuovo cantante, William DuVall, per un album (Black Gives Way To Blue) e un tour. Ma, nonostante l’incredibile somiglianza vocale di DuVall con il compianto Layne Staley, i fan della prima ora sono rimasti tiepidi.
