La Fura dels Baus porta Tannhäuser alla Scala. E Mehta giganteggia
Proiezioni su un telo trasparente, dietro cui si svolge tutto il primo atto e buona parte del secondo. Mani giganti e robotiche. Lacrime che vogliono mostrare il dramma della protagonista, ma che rischiano di farlo sfociare nel grottesco. Il balletto coloratissimo, sospeso tra il talent show e Bollywood, del secondo atto. Orge e corpi nudi sparsi per tutto lo spettacolo. Una vasca dove si esibisce una sirenetta d’eccezione, la campionessa di nuoto sincronizzato Beatrice Adelizzi. Questi, e molti altri, gli ingredienti del wagneriano Tannhäuser secondo la Fura dels Baus, gruppo teatrale catalano di Barcellona. Che debutta al Teatro alla Scala con una regia certo provocatoria, ma non dirompente come alcune delle loro precedenti esperienze.
Eppure alla “prima” esecuzione, quella del 17 marzo, il regista Carlus Padrissa e i suoi collaboratori sono stati sonoramente fischiati. C’era da aspettarselo? Probabilmente sì. Io sono andata alla seconda rappresentazione, quella di sabato 20. Di norma i responsabili dell’allestimento escono sul palco solo alla “prima”, quindi la reazione del pubblico si è potuta misurare solo da pochi segnali (ad esempio uno sparuto applauso quando, nel secondo atto, si è alzato il telo delle proiezioni per la prima volta). Però ho avvertito un certo squilibrio nella costruzione dello spettacolo. Il primo atto è scoppiettante, denso, forse troppo. Gli stimoli arrivano dalle proiezioni, dal balletto, dallo studio delle pantomime (splendido il tableau vivant delle statue), oltre che dai cantanti e dalla musica. Il secondo atto, molto discusso soprattutto per le esplosioni kitsch del balletto in stile indiano, è stato per me più equilibrato. Mentre il terzo atto, sorretto dalla mano gigante e dalla gondola luminosa che entra sul palco a conclusione dello spettacolo, presenta parecchi tempi morti. Soprattutto durante il lungo monologo del protagonista, che, pur interpretato in modo onorevole da Robert Dean Smith, fatica da solo a reggere la tensione della musica di Wagner.
Il successo dello spettacolo (perché indubbiamente è piaciuto, sia al loggione sia alla platea) è dovuto essenzialmente ad altri due elementi. L’interprete di Elisabeth, il soprano tedesca di origini greche Anja Harteros. Splendida presenza scenica e voce eccezionale, la Harteros interpreta Wagner con naturalezza e raffinatezza. Una promessa della lirica che sicuramente va tenuta d’occhio. Chi invece non ha bisogno di presentazioni è il maestro Zubin Mehta, che a 73 anni e più di 50 di onorata carriera dirige Tannhäuser con intelligenza e capacità di estorcere all’orchestra (francamente non in formissima, soprattutto la sezione dei fiati) suoni e atmosfere che hanno fatto sospirare – e commuovere – più di uno spettatore.




Condivido. La Fura è passata anche da Carrara, la scorsa estate…
Ma dai, cos’ha fatto lì? So che al Maggio Fiorentino ha proposto il Tannhäuser che è arrivato adesso alla Scala…
Gent.ma sig.ra Abbiati
si dice …”il soprano….” e non …”la soprano…” grazie!
Cordialità!
Vero, distrazione mia. Grazie!
Allestimento magnifico. Sempre mi dispiace quando vedo i vostri spettacoli della sciatteria della critica italiana. L’allestimento del “Tannhauser” è sorprendente. L’inizio folgorante con quella mano stupenda proprio per la sua enormità come “la mano” del Dio della chiesa che incombe sulle vita di noi poveri umani. “I lampi di luce” che guizzano con il ritmo della musica e che la rendono visibile come avrebbe voluto Wagner con la sua idea di “opera d’arte totale. “la terra” che comincia a pulsare e diventa carne di corpi bellissimi che si accarezzano, corpi caldi, sudati…”il piacere”.”Le lacrime”. un’idea tanto bella che la mia amica alla sua prima volta di Wagner, ha pianto!”La gondola”, funerale di Wagner tanto giusta perché accompagna la morte dei due amanti disperati per l’impossibilità a realizzare l’armonia tra anima e corpo, destino che Wagner conosceva tanto bene in sè stesso.”I panni lavati”nelle lacrime di tutte le donne oltraggiate dalla chiesa e quindi lenzuola che diventano schermo della rigidezza del Papa (che poi con gli ultimi avvenimenti chissà cosa ci si poteva mettere su quelle lenzuola!) e via..via.. decine di simboli che mi sono sicuramente sfuggiti per ignoranza. Ma i critici? Troppo stupidi per vederli? Troppo cialtroni nella loro piccola immaginazione da essere sopraffatti e quindi rifugiarsi in deprimenti banalità? Invidia della ricchezza creativa di questo gruppo? Troppo presuntuosi per ammettere la loro inadeguatezza e troppo”impiegatucci” per osare qualcosa di coraggioso sui loro giornali altrettanto provinciali? Povera Italia!
P.S: Per chi vuole…leggetevi la poesia di Pasolini “Alla mia nazione”
Per quanto mi riguarda sono ben contenta di vedere una regia del genere rispetto a certi allestimenti polverosi che mi fanno sbadigliare a ogni stucco e a ogni velluto. Tra tante regie innovative e fantasiose però penso che questa sia effettivamente meno riuscita di altre. Come esempio personale mi piace citare il Candide di Robert Carsen: quello per me è davvero un capolavoro!