Sdoganare la “musica classica contemporanea”? Missione impossibile

Esa-Pekka Salonen, fascinoso 51enne finlandese. è un compositore affermato e un ottimo direttore d’orchestra specializzato nell’esecuzione di brani del Novecento. Che per la prima volta sbarca a Milano, al Teatro alla Scala. Per dirigere Da una casa di morti di Leòs Janacek (non esagero se dico che aspetto da anni di poterla vedere dal vivo: ho il biglietto per la “prima” di domenica e seguiranno ovviamente aggiornamenti del blog), ma anche per una serie di concerti sinfonici con la Filarmonica. Lunedì 1° marzo in programma una serata benefica con il virtuoso violinista greco Leonidas Kavakos, che si esibirà in un caposaldo per i solisti dell’archetto come il Concerto per violino in mi minore op. 64 di Felix Mendelssohn. Invece da lunedì 22 a mercoledì 24 febbraio Salonen ha diretto tre serate con un programma dedicato alla musica novecentesca.

Scelte coraggiose, forse a tratti discutibili, come quella di eseguire l’Uccello di fuoco di Igor Strawinsky in versione integrale: dirigere un balletto senza che sul palco ci siano i ballerini è sempre un rischio, nonostante nel caso specifico la partitura sia molto nota e venga considerata (a ragione) una delle pagine musicali migliori del primo Novecento. Di solito le orchestre in queste situazioni preferiscono eseguire le suite, riduzioni delle partiture integrali della musica per balletto pensate appositamente per l’ascolto privo di coreografie. Ma certo Salonen non delude il pubblico, se non qualche sparuto scettico. Sicuramente non ha deluso me, che a dire la verità sono sua estimatrice da parecchi anni. Il musicista finnico ha una bacchetta precisa e impeccabile, ma che non per questo è scarna di emozioni. Lui stesso, solitamente controllatissimo nei movimenti, in certi passaggi si lascia andare a slanci da rockstar proteso verso gli orchestrali.

Ed emozionante è la sua versione di Ma mère l’oye di Maurice Ravel, che al contrario nasce come suite per pianoforte a quattro mani ispirata a un mondo fiabesco e solo in seguito viene orchestrata in forma di balletto dall’autore stesso. Grande attenzione alla struttura compositiva e alle timbriche orchestrali da parte del direttore e dei musicisti. La scelta più coraggiosa è stata però quella di portare alla Scala due brani di compositori italiani contemporanei, entrambi scomparsi qualche anno fa, che di Salonen sono stati i maestri: Niccolò Castiglioni e Franco Donatoni.

Di Niccolò Castiglioni si esegue Sinfonia con giardino. Un brano bellissimo che ammetto di non aver mai ascoltato prima di stasera: un tessuto orchestrale fine come la trama di una garza e una struttura che sembra arrovellarsi su se stessa, quasi come se fossimo nel labirinto di Alice nel paese delle meraviglie. E di Donatoni c’è addirittura la sua ultima composizione, datata 2000 e qui in prima esecuzione italiana: Esa (In cauda V), che fin dal titolo rivela una dedica a Salonen. Ma il brano è in realtà una sorta di “passaggio di testimone”: è stato infatti dettato dal maestro ormai gravemente malato e costretto a letto all’allievo, di cui Donatoni ha sfruttato le lettere del nome come materiale compositivo. Tecnica, questa, risalente alla scuola polifonica fiamminga e giunta ai giorni nostri attraverso l’essenziale mediazione bachiana.

Il pubblico però ancora fatica ad apprezzare questo genere di composizioni. Dal pubblico si sente sbuffare, si percepisce una grande disattenzione e l’attesa è proiettata sui due brani più noti, e certo più amati, di Ravel e Strawinsky. E dire che certe composizioni dodecafoniche di Anton Webern sono di gran lunga più ostiche all’ascolto rispetto alle due eseguite in queste serate dalla Filarmonica scaligera. Ma evidentemente la “classica contemporanea”, quella vera e non quella millantata come tale, è destinata a rimanere un culto di nicchia all’interno della nicchia (già di per sè ristretta) della musica classica tout court. Nonostante abbia perso molta della sua carica sovversiva e sia ormai accettata senza particolare scalpore per l’inevitabile mutare delle condizioni storiche. Non c’è speranza se anche una direzione pregevole come quella di Salonen non è riuscita a far breccia nei cuori e nelle orecchie dei loggionisti.

~ di Claudia Abbiati su 25 febbraio 2010.

2 Risposte to “Sdoganare la “musica classica contemporanea”? Missione impossibile”

  1. quello che stavo cercando, grazie

  2. Ciao Claudia, le tue riflessioni intorno alla “classica contemporanea”, quella vera e non quella millantata come tale” mi hanno ricordato un celebre testo di Adorno che, a leggerlo oggi, non si sa se sorridere o piangere: si direbbe che non è cambiato molto dal tempo del suo “fido maestro sostituto”, quando appunto il filosofo/musicologo parlava dell’apprezzamento musicale come di una forma di rimozione (se non di sottile censura) della vera modernità.
    Un bel post, grazie!

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